ARACIL Lluís V., La mort humana, a cura di M. Á. Castillo- E. Torras, Barcellona, Empúries, 1998, pp. 375.
E’ ben noto il fascino che Vico esercita nell’intrecciare temi, recuperare parole e costruire storie. Questo fascino viene evocato nelle pagine dello scrittore valenciano contemporaneo Lluis Aracil, un autore da pensiero complesso, attento ad estrapolare da diverse correnti gli elementi necessari per elaborare analogie significative, paradossi della realtà e un vocabolario suggestivamente diafano. Il suo scritto sulla morte è senza dubbio l’opera più originale tra quelle finora da lui pubblicate; ciò che la pervade è il sentimento della morte percepito come il nostro vincolo più diretto con la comunità e al tempo stesso come fonte dei nostri enigmi vitali e intellettuali, come l’altra faccia della religione e al contempo un vasto territorio per la comprensione sociologica, artistica e letteraria. Senza un senso della morte, paradossale, semplice, fidato o drammatico, ci dice Aracill, il senso di umanità scompare. Ed è qui che troviamo Vico. I curatori nella presentazione suggeriscono che Aracil ci può ricordare "il suo caro Vico"; ma il lettore non ritroverà il filosofo napoletano tra le pagine che seguono. Lo si può tuttavia dedurre a partire dal profondo compromesso che Aracil mantiene con l’idea e l’esperienza della morte come parte dell’umanità stessa, nonché dallo stile stesso dell’esposizione, analogico, creativo, critico con le parole e distante (e freddo) con coloro i quali allontanano la morte perché allontanano con essa la vita stessa nella sua intensità originaria. La morte umana è molte cose: manca ad Aracil il "tesoro" di cui parlava Borges o il "buon finale" di Seneca, ma il suo percorso è vasto e preciso al tempo stesso: i suoi autori preferiti ci ricordano che esistiamo se apparteniamo ad un gruppo, che nessuno ha il diritto di ignorare gli enigmi che la morte pone, che la morte è stata celebrata perché era la comunità ad essere celebrata, che la stessa mente umana ha origine nelle categorie sociali, che il pensiero è parte dell’azione, che viviamo sempre tra persone concrete, che tante società diverse hanno concepito modi differenti (e spesso estremi) di intendere la morte.
Gli editori hanno raccolto in questo libro le lezioni del Seminario svoltosi a Morella nel luglio del 1994, includendovi le domande e le discussioni che si produssero, più alcune conclusioni anche dialogate, e l’interessante dossier bibliografico che si distribuiva ai partecipanti, con un’antologia di pittura, musica e letteratura sul tema. Si tratta, dunque di un impressionante "testo orale" con i formidabili riferimenti di lettura del suo autore, che ne fanno uno dei libri recenti più interessanti che si possano leggere in catalano.
La prima delle cinque lezioni, "Morte e Coscienza" ci porta dal nichilismo e la Belle Époque fino alle categorie dell’antichità romana per esprimere la morte, passando attraverso una riflessione sul dolore, la lamentatio e l’interesse dell’espressione drammatica. La tragedia contraria è ignorare la morte, operazione correlativa di ignorare la vita. La seconda lezione, "Immortalità e aldilà", parte dalle domande e dai comportamenti di fronte alla morte (e anche qui, con Vico, Aracil considera il lessico latino e greco abituale), per soffermarsi sul contrasto tra cristianesimo e buddismo e ciò che possiamo comprendere al momento stesso del decesso. Per questo ricorre a Georges Canguillhem e ad un poeta arabo, al vocabolario del senso comune e a Martin Buber, a Einstein e a Empedocle. La terza lezione, "L’ossessione della sopravvivenza" ha come centro il tema del suicidio e della follia, e la quarta, "Il senso della morte", si avventura ai confini della comprensione, dei paradossi e dei dilemmi che il tema suscita, includendo argomenti che distolgono in modo decisivo come quelli del "Grande Inquisitore" di Dostoievski, ponendo l’intreccio intrinseco della vita come avventura , con importanti riferimenti all’avventura cristiana. La quinta lezione, "La posterità", ci riporta al senso di umanità e alla logica della gratitudine, includendo una critica alla naturalizzazione delle spiegazioni (la perditio principii), in relazione con la devastazione intellettuale che fa tabula rasa della continuità tra antenati e posteri. Il volume si conclude con una lezione finale sulle "cose concrete", di ispirazione evangelica e chestertoniana.
[A.V.]